Zibaldone

 

Il libro totale

Un solo scrittore per tutto il mondo, la sintesi dei libri e della scrittura in un solo autore. Lo scrittore unico, supremo, senza più necessità di altri scrittori perché basta lui, lo scrittore-Golem. E poi un solo libro, il libro totale. Questo è il paradosso che ci prospetta Angelo Ricci con il suo 6662. Che non è completamente inedito, perché le prime due sezioni, La parte di niente e La parte degli scrittori, sono uscite in e-book nel 2013 per le Errant Editions, editore fantomatico quanto il più volte citato Amos Lemma, autore di quattro romanzi i cui titoli sono stati misteriosamente diffusi in rete da un “oscuro” scrittore italiano (che poi così oscuro non è). Con l’aggiunta della terza sezione, La parte degli editori, Angelo Ricci teorizza il libro dei libri, scarnifica la trama per concentrare il tempo – passato, presente, futuro – in una sola dimensione essente.

Tutto 6662 è un magma verbale, un accavallarsi di piani spaziali e temporali, di mondi paralleli, reali e fantastici. Mondi battuti da “quelli che vivono nella e della maledizione della carta”, fantasmi di scrittori e di editori, da Bolaño a Moresco, da Giulio Einaudi a Calasso. Ma anche fantasmi di personaggi come il Mendel di Zweig. Una concentrazione di umanità vissuta in tutti i tempi al punto di ipotizzare come sogno supremo la compilazione di un’anagrafe universale dei morti che censisca i nomi di tutti gli abitanti del pianeta dalla creazione in poi.

Un romanzo della densità di 6662 meriterebbe ben più che una nota come questa nelle pagine del mio zibaldone. Ma tant’è, a farlo circolare ci penserà il tamtam della rete.

11-9-2017

 

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2016, Enzo Arìa legge Il Gatto del Soldato

 

Incontri (letterari) ravvicinati

Dopo decine di messaggi di corrispondenza elettronica, ho finalmente stretto la mano di persona a Francesco Permunian. E ho finalmente sentito quella sua simpatica cadenza veneta.

Intellettuale esuberante, cordialissimo, pronto a darti pacche sulle spalle, a chiederti dei tuoi libri quando tu vorresti chiedergli dei suoi, a presentarti senza remore tizio e caio (dove tizio è una personalità come Salvatore Silvano Nigro, e caio uno scrittore sui generis come Crocifisso Dentello). Pizzetto ormai candido, capelli lisci a caschetto stile primi Beatles, ha lo sguardo vivace di chi è brillante fuori e nasconde dentro di sé un’altra vita: quella della creazione artistica.

Parla con la disinvoltura di certi suoi personaggi, con le stesse espressioni goliardiche, senza volere apparire quello che è, ossia un autore dalla scrittura potente, dantesca nella solidità della parola e nello spirito visionario. Ma di Permunian ho già scritto altrove, ad esempio qui e qui.

Estraggo il suo libro dalla borsa e gli chiedo una dedica. “A Romano – scrive lui – che ogni scrittore vorrebbe per amico (letterario). In amicizia, Francesco Permunian”. Parliamo di questo suo libro, Costellazioni del crepuscolo, vera e propria riscrittura di due testi da lui pubblicati in precedenza e trasformati in due opere complementari che si innestano una nell’altra e una volta insieme diventano germogli di un nuovo albero. I temi cari a Permunian si ricorrono, passano come fantasmi da un libro all’altro, ovunque senti i sospiri di follia del dottor Carafa, di Ottavio, di Ludovico Toppi, tutta un’umanità fatta di personaggi grotteschi, di caricature. Ci vuole coraggio, gli dico, rimettere mano a un vecchio testo, rivivere storie su cui si ha lavorato per intere nottate e sono ormai state congedate per quello che sono. Ci vuole coraggio, o forse soltanto un pizzico di follia. Ma sono prerogative, l’uno e l’altra, che a Permunian non mancano. Lo leggerò, Francesco, – gli dico, – e ti saprò dire.

24-5-2017

 

Colleghi di scritture

Un libro è un oggetto di una semplicità spaventosa. Idee sintetizzate in parole apparentemente mute, segni di inchiostro su carta, che attraverso gli occhi (quando non attraverso le mani, come il Braille) passano da un cervello all’altro.

L’altro giorno, alla Libreria Cardano, regno incontrastato di libri, io e Paola Dellabianca ci siamo scambiati le nostre idee. Io le ho dato una mia storia, Il Gatto del Soldato, lei un suo florilegio di concetti filosofici sull’arte, L’identificazione estetica. Modi diversi di sentire il mondo ma modi uguali di comunicarlo: la magia della parola. Modi uguali anche di concretizzare il progetto: la veste tipografica delle preziose Edizioni Cardano, stampe che cercano ancora l’equilibrio tra pieni e vuoti, parole impresse e pagine bianche, copertine sobrie di colori, carte da sfogliare o solo accarezzare.

Abbiamo voluto personalizzare questo scambio con un’aggiunta di parole scritte di pugno, altre idee che si sono fatte inchiostro. Paola mi ha dedicato il libro con una frase di Dostoevskij, “La bellezza salverà il mondo”, io definendo lei “collega di scritture”.

7-4-2017

 

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2006, luoghi de Il Tessitore del Vento

 

Con la pistola alla tempia

Lo so, non si può usare la parola diario e scrivere una volta ogni sei mesi o forse più (proprio per questo credo che lo cambierò in zibaldone, termine più arcaico ma più consono – e molto leopardiano). So pure che di Eliza Macadan, poetessa bilingue italo-romena, ho già scritto più sotto, ma anche tempo fa su Nazione Indiana. So che le avevo promesso una recensione e queste poche parole in realtà non lo sono. Eppure messe qui, sul mio sito personale, sono forse meno lette ma più sentite.

La sua breve silloge Passi passati (Joker, Novi Ligure, 2016) presenta, come tutte le raccolte, un andamento altalenante. Liriche molto belle e molto profonde si alternano a visioni un po’ più ermetiche e meno complete. Ma ve ne sono almeno un paio che si alzano in volo e superano anche le vette delle precedenti raccolte. Sono quelle che raccontano di un gabbiano “che porta a riva i resti di un uomo di pelle nera” e di una barca che trasporta “stracci e pezzi di donna / brandelli del suo bambino dato ai pesci”. Che denunciano, con un linguaggio quasi prosastico, scene di squallore urbano. Che raccontano di vecchi mendicanti intenti a rovistare nei cassonetti, di cani randagi su cui pende una condanna a morte legalizzata, di centinaia di tonnellate di cianuro che hanno avvelenato i terreni a soli quattrocento chilometri da casa (Lettera da Bucarest).

Mi ha quasi stupito, Eliza, con queste sue denunce in forma di poesia con cui sembra voler quasi dimenticare il suo intimo male di vivere.  Eppure è così: “il più bel verso si scrive / con la pistola alla tempia e gli occhi verso il cielo”.

28-7-2016

 

Il Gatto in carcere

È andata così. La biblioteca civica Bonetta mi ha proposto di portare la “lettura con musica” del Gatto del Soldato dentro le mura della casa circondariale di Pavia. A che serve, mi sono chiesto, portare un messaggio di pace e di poesia tra chi non ha avuto nessun rispetto delle regole, forse neppure della vita dei suoi simili? Per rispondere a questa domanda, ho accettato.

Ed è servito. Non solo a loro, ai detenuti, che hanno accolto il Gatto con entusiasmo e commozione. È servito a noi. Ossia a me, che ho scritto la storia e l’ho presentata rievocando la figura del giornalista Enzo Baldoni. A Isabella Ravetta, che con la sua voce e la sua gestualità teatrali si è calata nei panni del Gatto. Ai musicisti – Riccardo Bertone, Dino Roccuzzo, Nicolò Torciani – che hanno scritto una colonna sonora davvero bella e l’hanno eseguita, certo, con tutta la sua carica di malinconia orientaleggiante.

Terminata la “lettura con musica”, abbiamo avuto scambi di complimenti e strette di mano con altri uomini, chiusi lì in quanto uomini che stanno pagando errori commessi. Esempi viventi di menti umane il cui meccanismo, improvviso e imprevedibile, si è inceppato. Oppure si è deformato sotto la pressione costante di condizionamenti ambientali.

Folli temporanei o criminali incalliti, davanti a loro la mattina del 16 maggio il Gatto ha raccontato la sua storia. Ed essi, con quegli occhi avidi di vita, ci hanno raccontato la loro.

16-5-2015

 

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romano fiocchi 2015

2015, Pavia in Poesia, Tributo a Foscolo (© foto Pierino Sacchi)

 

Un suonatore di parole

Sono uno di quelli che hanno cominciato a raccontare storie inventate picchiando sui tasti di una macchina per scrivere meccanica. È stato nell’altro secolo, a metà degli anni Settanta. Niente Olivetti. Era un’Antares Lisa portatile, corpo in plastica arancione, con tanto di borsa a tracolla. La conservo ancora nella mia cantina. Una macchina per scrivere dal ticchettio musicale, i tasti spartani, il nastro universale in tessuto bicolore che scorreva da una bobina all’altra e viceversa. Si sentiva l’odore dell’inchiostro. Era un altro modo di scrivere. Non si poteva sbagliare, tanto meno effettuare copia-incolla, né controlli ortografici, né dei trova-sostituisci. Ogni errore significava un intervento della gomma abrasiva che spesso raschiava la cellulosa sino a bucare il foglio.

Scrivevo come ora, utilizzando tutte le dita, il pollice sinistro che batte sulla barra spaziatrice (ero uno dei pochi che a scuola avevano imparato qualcosa dal corso di dattilografia). Il ticchettio aveva la regolarità di un metronomo. Un campanello mezzo afono preannunciava il fine rigo e la mano sinistra spingeva il carrello nella sua folle corsa verso il ritorno a capo. L’effetto era quello di uno strano musicista: un suonatore di parole.

La consegnai così, la mia prima raccolta di racconti all’ingegner Bignami: una piccola pila di fogli extrastrong dattiloscritti. Per questo la revisione delle prime bozze ribattute dal compositore si trasformò in un’operazione di una delicatezza estrema. Fu sempre lui, Lorenzo Bignami, a insegnarmi che le correzioni non andavano numerate ma unite al corpo del testo con un deciso tratto di penna.

Sono uno di quelli che hanno cominciato così.

Ma sono anche uno degli ultimi scolari che hanno intinto il pennino nel calamaio. Erano gli anni della prima e seconda elementare. Forse è stato proprio quell’odore, l’odore dell’inchiostro corvino, patinato d’oro in superficie, che mi è entrato nel sangue. Tracciare le prime lettere facendo scivolare il metallo di un pennino gonfio d’inchiostro (ecco perché le macchie erano a volte spaventose) mi ha legato indissolubilmente alla scrittura.

Sono uno di quelli nati nell’altro secolo, nell’altro millennio, dove la scrittura era ancora lavoro da artigiani, la stampa ancora ossequiosa di Manuzio, la carta sinonimo di cultura ma soprattutto una cosa buona, come il pane. Da non sprecare mai.

Sì, per quanto cerchi di adeguarmi alla digitalizzazione del pensiero, dentro di me ci sarà sempre il vecchio suonatore di parole.

2-10-2014

 

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isabella ravetta

2014, Isabella Ravetta legge Il Gatto del Soldato

 

Gaspard Winkler, il moltiplicato

Mi ha sempre affascinato l’idea che un personaggio esca da un libro in cerca del suo autore, oppure da un dipinto per entrare in un libro, oppure – ancora più meraviglioso – che passi da un libro all’altro con la stessa disinvoltura con cui noi mortali passiamo da un mezzo di trasporto all’altro. Ho provato allora a infilarmi nei panni di un segugio per seguire le tracce di uno di questi personaggi trasversali: Gaspard Winckler.

Ecco quanto scoperto. Nel 1960 Gaspard Winckler è un pittore falsario. Nel 1975 un bimbo sordomuto. Nel 1978 un artigiano che fabbrica cinquecento puzzle. Ma in primo luogo che Gaspard Winckler è un personaggio inventato da Georges Perec. Come si spiega la sua compresenza in tre romanzi diversi, Il Condottiero, W o il ricordo d’infanzia, La vita istruzioni per l’uso? Perché quel cognome, tutt’altro che francese, con quella W iniziale particolarmente insistente che dà addirittura il titolo a uno dei tre romanzi, (W o il ricordo d’infanzia), che torna come pezzo finale dell’ultimo irrisolto puzzle di Bartlebooth nel monumentale La vita istruzioni per l’uso? Me lo sono chiesto a lungo. Il risultato di queste mie indagini è finito sulle pagine digitali di Nazione Indiana, blog culturale che da un po’ di tempo a questa parte, grazie alla cortese intercessione di Gianni Biondillo, ospita alcuni miei pezzi. Questo il titolo, comprensivo di collegamento: Gaspard Winckler.

(Mi rendo conto soltanto adesso che con l’articolo di Nazione Indiana e con questa nota all’articolo di Nazione Indiana ho contribuito non poco a moltiplicare la presenza di Gaspard Winckler, ora finito anche tra le incalcolabili pagine virtuali della rete)

3-3-2014

 

Un regalo per questa fine del mondo

Da Bucarest mi è arrivato un regalo fatto di parole. Ho conosciuto Eliza Macadan grazie alla rete. Che non è, come si vede, un mondo soltanto virtuale. Nel 2012 avevo recensito il suo Paradiso Riassunto sulle pagine digitali di Tuono News. Eliza me lo aveva fatto avere per posta elettronica, dietro mio suggerimento, in formato Pdf. In questi giorni mi riscrive e mi chiede l’indirizzo di casa: vuole spedirmi la sua nuova raccolta di liriche insieme alla vecchia. Cara Eliza, le ho risposto, ti anticipo che purtroppo non potrò recensirlo su Tuono News perché, come avrai letto, ho cessato la collaborazione.

Ma non è questo il suo scopo. Tant’è che mi spedisce in brossura sia Paradiso Riassunto, sia il volume appena uscito. È così che le sessantasei nuove liriche, anche queste scritte direttamente in italiano (Eliza è praticamente bilingue) e pubblicate da un editore italiano (La Vita Felice), fanno la strada due volte: da Milano a Bucarest, da Bucarest a Pavia. Parole che viaggiano nello spazio e nel tempo. “Parole morbide e fluenti / vanno verso il cuore / crescono innaffiate / dal cianuro di novembre”. Mi accorgo allora che anche la dedica, Per Romano, con amicizia, attraversa “ere geologiche / in attesa della caduta dell’uomo”.

È Il cane borghese di Eliza Macadan, un altro volume carico di suggestioni e di epifanie. Faccio mie le parole tratte dalla lirica Dal cielo dell’apocalisse: “Qualcosa di nuovo e qualcosa di vecchio / ti regalo per questa fine del mondo”. Grazie, Eliza.

8-8-2013

 

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francesca-picci

2013, Francesca Picci legge Opernplatz

 

La morte delle librerie indipendenti

All’inizio di via Rovello, a Milano, c’era un’antica libreria antiquaria gestita da un bibliofilo per eccellenza, Mario Scognamiglio. Vi sono passato questa mattina. Ha chiuso i battenti il 29 dicembre. Poco più in là, ha chiuso la Libreria di Brera. Se proseguo per corso Garibaldi, trovo la Libreria del Mondo Offeso che sta facendo gli scatoloni: si sposterà più in periferia, verso l’Arco della Pace. Vado oltre. All’angolo con via Moscova ci sono i locali vuoti della Libreria dell’Utopia: anch’essa ha traslocato in periferia, in zona Lambrate. Affitti e spese fisse li stanno ammazzando. Penso a Pavia, la mia città. Anche lì, nel dicembre scorso, la Libreria il Delfino ha lasciato la piazza principale per una piazza più suggestiva ma più nascosta. Con un affitto inferiore, si intende.

La domanda è: cosa sta succedendo? Questa non è la crisi, è qualcosa di epocale, è la fine di un mondo e l’inizio di un altro. Colpa dell’e-book, dice qualcuno. Il libro digitale non c’entra, è soltanto un supporto diverso, e poi è appena partito, non ha ancora i numeri per poter influenzare il mercato. Il fatto è che la libreria non è un negozio qualsiasi. È uno spazio per le idee, è l’habitat della cultura e delle opere che la diffondono. Certo, si possono vendere libretti più o meno erotici e best seller di grido sia in un negozio di intimo che tra i banchi di frutta del supermercato. Ma la libreria, quella dove c’è un libraio con cui parlare, dove anche i piccoli editori hanno il loro spazio, dove il successo di un libro non si misura dal numero di copie vendute, ebbene, la libreria è qualcos’altro. E questo qualcos’altro sta scomparendo.

16-1-2013

 

Se nasco un’altra volta, nasco storia

Ho per le mani una storia buffa. La storia di un musicista che suona un violino speciale e fa una musica straordinaria. Nel 2010 ne avevo ricavato un racconto, breve, brevissimo. E l’avevo pubblicato sulla rubrica Terzapagina di Tuono News con un bel disegno di Francesca Ballarini. Un lettore aveva così commentato: “Igor è la felicità, l’amore, la fortuna, un angelo, Mary Poppins, il carpe diem, la libertà, il non catalogabile. Secondo me esiste, in qualche angolo… magari più vicino di quanto pensiamo”. Insomma, la storia in sé e la richiesta di un altro lettore che mi implorava di non abbandonare lì il più grande violinista del XXI secolo mi spinsero a ricavarne un racconto più lungo e articolato.

Poi, si sa come vanno queste cose: di certi personaggi ci si innamora, ci attirano le loro vite, i loro sogni, già: le loro storie. Il racconto lungo non bastava, comprimeva la storia, la sacrificava in una dimensione che non era né carne né pesce. Doveva dunque rinascere qualcos’altro, doveva trasformarsi in romanzo. E così è stato. Oh, ci sto ancora lavorando perché un romanzo, per brutto che sia, è sempre una cosa impegnativa.

La considerazione finale è questa: che una storia, al contrario di noi uomini, può nascere e rinascere più volte in varie forme. Le storie, insomma, sono fortunate a nascere storie.

6-7-2012

 

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A Portrait of the Artist as a Young Man

A Portrait of the Artist as a Young Man (1984 circa)

 

Quando i libri piovono dal cielo

È tempo di scrivere qualcosa tra queste note. I miei gusti in fatto di letture sono molto personali, a chi vuole regalarmi dei libri chiedo sempre di attenersi a una mia lista. Ma i misteri della letteratura sono infiniti.

Tu sei in una libreria con un amico, l’amico sceglie con cura un libro, lo paga, e poi ti dice: l’ho comprato per te. Oppure sei su un treno, assorto nelle tue letture, e all’improvviso una viaggiatrice che al momento conosci soltanto di vista ti porge un libro e ti dice: posso lasciartelo? Il destino ti mette così tra le mani Nicolas Eymerich, inquisitore e Il re s’inchina e uccide, rispettivamente di Valerio Evangelisti e di Herta Müller. Due libri assolutamente diversi ma collegati da un gesto.

L’amico, un musicista, vuole che tu penetri in quel mondo surreale, di semplice narrazione, per farti conoscere anche quella possibile dimensione letteraria. Chi fa musica, dice, deve ascoltare tutta la musica, anche la più primitiva.

L’amica, una traduttrice, vuole che tu non perda la suggestione della parola di una grande scrittrice rumena di lingua tedesca, la cui disposizione d’animo un po’ le somiglia. Nei numerosi viaggi ti ha visto maneggiare ogni sorta di libro, questo non può non piacerti.

Sono entrambi libri magici, piovuti dal cielo. Come l’amicizia.

12-8-2011

 

La contaminazione di Borges

Di Jorge Louis Borges, anni fa, avevo letto le raccolte Finzioni, L’Aleph e altre prose sparse su un volume dei Meridiani. Borges, una volta letto, ti apre una porta che non puoi chiudere se non alle tue spalle. È come il concetto della curvatura dell’universo: una volta che l’hai capito, non lo dimentichi più. Poi arrivarono altre letture e altre scritture che sedimentarono sul ricordo di quei testi. Ma sotto, la brace di Borges era attiva. Riprese vigore nel 2005, quando scrissi il racconto Il libro OGM. Uscì in edizione fuori commercio, un liber amicorum per la libreria Cardano. Il libro OGM parla di una vecchia libreria del centro, di un libraio che fuma toscani all’anisette, di un libro in lingua inglese che racconta del papiro dello scriba Ani. Il libro inglese contiene una formula magica che moltiplica all’infinito le sue pagine sino a riempire la libreria, la città, il mondo intero.

Un sottinteso ma innegabile omaggio a Borges.

Oggi, a distanza di cinque anni, scopro un suo racconto che sembra la prima parte del mio: Il libro di sabbia. Un libro dal numero infinito di pagine ma, al contrario di quello del mio racconto, contenuto nello spazio di un volume in ottavo. Nella storia, il libro di sabbia terrorizza al tal punto il suo proprietario da indurlo a disperderlo tra gli scaffali di una biblioteca. Lo ritroverò io, nella mia mente, cinque anni prima.

Quando leggi qualcosa di Borges, hai letto anche quanto di lui leggerai un domani o non leggerai mai. Questo è il potere iniziatico della sua scrittura.

5-2-2010

 

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stefano fugazza

2006, con Stefano Fugazza (© foto Giovanni Baldi)

 

Ancora coincidenze letterarie: Formiggini ristampato

La rete, con tutti i suoi difetti, ha la capacità meravigliosa di trasformare coincidenze impossibili in risultati di semplici richieste formulate attraverso un motore di ricerca. Alla casa editrice Edizioni ArteStampa di Modena è bastato digitare un nome, Formiggini, per trovare il mio brano “Democrazia editoriale” (in fondo a questa pagina) dove appunto Angelo Fortunato Formiggini è citato insieme ad altri piccoli grandi editori del calibro di Gobetti, Ricciardi, Scheiwiller. Sono stato così informato della ripubblicazione dei suoi ultimi scritti, apparsi per la prima volta postumi nel 1945. E questa, vista dal mio punto di osservazione, è comunque una coincidenza letteraria. Ho in casa un’edizione in parte intonsa del “Giovanni Milton” di Diego Angeli, n. 95 della collana Profili, uscito nel 1927. Sovraccoperta trasparente con il motto Amor et labor vitast sotto una corona d’alloro. L’avevo comprata proprio per toccare con mano il livello di qualità raggiunto dall’editore modenese e la conservo come un talismano nel mio scaffale dei libri preziosi. L’arte di Formiggini. Sono questi contrasti – bellezza cultura creatività da un lato, bieca ignoranza e intolleranza dall’altro – che rendono difficile accettare certi errori del passato, per quanto li si voglia storicizzare.

Formiggini aveva non solo il difetto di essere ebreo, ma di essere un uomo che credeva nei libri e nella forza delle idee che i libri possono diffondere. Non ho ancora avuto l’opportunità di leggere il volume ristampato dalle Edizioni ArteStampa (che sarà presentato a Modena il prossimo 28 novembre, la sera antecedente l’anniversario della morte). Ma il titolo stesso, Parole in libertà, è già una dichiarazione. La libertà per Formiggini è il bene supremo. Anche la libertà di farla finita. Era il 1938. Uno dei più geniali editori italiani del XX secolo, dopo aver sopportato per una quindicina di anni le già pesanti ingerenze del regime, rifiuta di accettare l’estremo affronto delle leggi razziali. Da Roma, dove risiedeva, torna alla sua Modena, sale sulla torre Ghirlandina e si lancia nel vuoto.

Le sue ultime parole libere sono dunque lì, in questo testamento spirituale che torna finalmente in libreria. E ci torna in un momento storico che non poteva essere più indicato.

22-10-2009

 

La libreria del mondo offeso

Ancora Milano. Una Milano in ammollo in un caldo umido, africano. L’asfalto dei marciapiedi è una pasta gommosa. A metà di corso Garibaldi, sull’angolo di un portone, spunta un cartello che sembra lasciato lì da un uomo-sandwich. C’è disegnata la figura di un gentiluomo di spalle, cappello e bastone da passeggio. Appeso in alto, come l’insegna di un pub, penzola un cartello con la stessa immagine. È la Libreria del mondo offeso.

La libreria è nel cortile. Vi si accede dall’androne, spingendo una vecchia porta a vetri appena prima delle scale. L’interno ha le pareti nude, mattoni a vista, coperte di scaffalature. Laura Ligresti vi saluta sorridendo, qualunque cosa stia facendo. È una libreria speciale, si occupa essenzialmente di letteratura del Novecento. Ma c’è un piccolo reparto dedicato alla letteratura per ragazzi e, in giro qua e là, si possono trovare copie dell’Iliade, dell’Odissea, del Don Chisciotte, di Moby Dick o addirittura le editio princeps di qualche testo di Pavese e di altri classici del passato prossimo.

Non è soltanto la libreria “del mondo offeso” ma anche la libreria “del mondo dimenticato”: molti autori ai margini della popolarità (Ceronetti, ad esempio), case editrici i cui volumi circolano al di fuori dei grandi canali distributivi, edizioni economiche e di pregio (non mancano gli Adelphi). I voluminosi best seller d’intrattenimento sono banditi. Qui contano le idee e la letteratura che le diffonde.

Se esistesse una Libreria del mondo offeso in ogni città, l’Italia sarebbe ben diversa da quella che è.

30-7-2009

 

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antares lisa 30

Antares Lisa 30

 

Coincidenze letterarie

La settimana scorsa, presso un rivenditore di libri usati di piazza dei Mercanti, a Milano, mi è capitata tra le mani una copia di “Partorire in chiesa”, delizioso libretto rosso della Scheiwiller uscito l’anno successivo la morte di Antonio Porta. L’ho sfogliato. C’erano fotografie di famiglia, un commento (che poi si è rivelato ottimo) di Alfredo Giuliani, l’introduzione di una certa Rosemary Ann Liedl (che ho poi scoperto essere la moglie del poeta). Mi sono ricordato di quand’ero studente, quando si girava con la copia di “Alfabeta” sottobraccio, ma soprattutto quando – nell’80 o giù di lì – lo vidi di persona, Antonio Porta, e lo ascoltai leggere i suoi versi da un palco del teatro Fraschini di Pavia. Erano versi crudi, essenziali. Porta li leggeva seduto, sorreggendosi la fronte spaziosa con un mano, come se soffrisse nel rievocare ogni immagine, nell’articolare ogni suono.

Inutile dire che ho chiesto il prezzo del libretto al rivenditore e l’ho comprato. E soltanto dopo l’acquisto, leggendo, mi sono accorto della coincidenza: vent’anni giusti dalla sua morte. Ho allora frugato nei siti dei giornali, nelle pagine culturali, quasi nessuno se ne era ricordato.

Oggi do un’occhiata alla pagina web di Vibrisse, il bollettino di Giulio Mozzi, e apprendo di un convegno a Bologna che rende finalmente giustizia. Una coincidenza anche questa? Ripenso alla riproduzione di un appunto di Porta, con la sua contorta grafia di poeta, sul libretto della Scheiwiller:

“Tutto è coincidenza, tutto è caso, ma siamo noi a dare un senso alla coincidenza, al caso, a mettergli sempre il mantello del sacro”.

Aveva davvero ragione?

3-5-2009

 

Perché Dante

Ho dovuto scrivere queste parole. È stata un’urgenza interiore. “Ore piccole”, la rivista diretta da Fugazza e Dadati dedicata alla letteratura e all’arte sotterranee (autori inediti, esordienti, emergenti, poco noti o controcorrente), nel numero di aprile 2008 ha pubblicato un coraggioso intervento di Pierantonio Frare: “Leggere Dante oggi: una necessità, non una moda”.

Questa la tesi che emerge. L’eccesso di parole vuote, così come l’eccesso di immagini vuote, di cui ridondano televisione, giornali, ma anche libri, è il motore che spinge la gente a partecipare in massa alle Lecturae Dantis. Si cerca la parola solida, la parola che crea. La plasticità della Commedia, per quanto sia “stata scritta 700 anni fa, in un linguaggio che ogni giorno si fa più lontano dal nostro”, è uno scoglio a cui aggrappare la nostra identità linguistica. Uno scoglio musicale, fatto di forza, passione, immagini scolpite, terribilmente bello. Uno scoglio teatrale, non cinematografico: parole accompagnate da visione e non visione accompagnate da parole. La parola di Dante è una montagna che ha fatto da riferimento per tutta la nostra letteratura. E non solo. Quando lessi Zorba il greco di Kazantzakis scoprii con meraviglia che il protagonista ha sempre tra le mani una copia tascabile della Commedia. Un greco che legge Dante.

Ma torniamo alla questione che solleva Frare. Perché Dante? Perché ci stiamo accorgendo di perdere la nostra lingua e sappiamo che la lingua è l’unica nostra identità culturale. In un mondo dove i confini si dissolvono (e questo è positivo), i popoli si mescolano (e questo è positivo), dove tutto – religione, cultura, musica, economia, informazione – è globalizzato, la lingua, portatrice di cultura per eccellenza, è la nostra storia e la storia del nostro pensiero. Che è come dire una fetta di pensiero dell’umanità. Perciò va salvaguardata.

“Leggete gli autori antichi – scriveva Prezzolini – perché da loro deriva anche oggi quello che scrivete in italiano. Anche oggi li comprendiamo poco, ma può darsi che domani gli italiani non li capiscano più. Ci sarà forse in Italia una lingua come oggi è il latino: da Dante a Montale, e per quest’ultimo dovete già adoperare il dizionario”.

Ebbene, Frare, che oltre tutto è un organizzatore di queste Lecturae Dantis, indica una nuova strada per salvare non solo l’italiano ma la parola. Ed è una strada maestra, quella da cui l’avventura della lingua italiana è cominciata: Dante.

Ripartiamo dunque da Dante. O come diceva De Sanctis, dalla grande maniera di Dante.

30-5-2008

 

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mino milani

1986, con Mino Milani

 

felice milani e domenico della monica

1989, con Felice Milani e Domenico Della Monica

 

felice milani

1994, con Felice Milani (© foto Umberto Garbi)

 

Democrazia editoriale

Mi sono chiesto più volte che senso abbia pubblicare un libro di mille copie o quasi (perché sono queste le tirature di certe pubblicazioni) e soprattutto perché un lettore dovrebbe acquistare un libro di questo tipo.

E qui vorrei, come si dice, spezzare una lancia a favore di quelli che vengono definiti “piccoli editori”. Penso che Felice Milani, che per professione si occupa di queste cose, concordi con me sul fatto che il termine “piccoli editori” sia improprio perché spesso sono questi i “grandi editori”, ossia gli editori “puri”.

I colossi editoriali sono ormai holding che operano anche nel campo del libro, che attuano operazioni di investimento su autori affermati o comunque di sicuro ritorno economico. Le scelte fatte non sono scelte culturali ma commerciali. Ci sono oggi industrie editoriali, frutto di fusioni e di assimilazioni, che si muovono in regime di semimonopolio e vendono libri come vendere hamburger.

Gaetano Colonnese, l’editore e libraio napoletano prematuramente scomparso nella primavera di quest’anno [2004], ha lasciato alcuni pensieri che sono illuminanti in tal senso. Colonnese cita Gobetti, Formìggini, Ricciardi, Scheiwiller. Piccoli editori, dice, che si sono sforzati di mantenere vivi i migliori aspetti della tradizione editoriale, gli aspetti artigianali soprattutto. Alcuni di questi piccoli “grandi” per le loro idee hanno dato la vita, come Piero Gobetti, perseguitato dagli squadristi del regime, o Angelo Fortunato Formìggini, suicidatosi dopo la schiacciante oppressione delle leggi razziali.

Colonnese li chiama “editori di mille copie” (ed è sottinteso che nell’elenco si include anche lui):

«Editori di mille copie, che hanno indicato nuovi campi di indagine e nuovi sentieri culturali. Editori che intendevano la tipografia come architettura: un alternarsi di pieni e di vuoti, un gioco di proporzioni dove basta un nulla, qualche millimetro più su o più giù, un carattere più piccolo o più grande, per rovinare l’armonia della pagina stampata.

La società della globalizzazione appiattisce tutto, anche i libri. Esistono, per fortuna ancora oggi, dagli Appennini alle Ande, editori grandi e piccini di notevole progettualità culturale e senso estetico. Al contrario dei colossi, preoccupati soprattutto a confezionare scoop e best-seller, immessi sul mercato con estrema prepotenza, che sottraggono spazio ad altri libri che i lettori vorrebbero e farebbero bene a leggere.

Tutto questo mette in pericolo non solo la cultura, ma anche la democrazia».

Alla luce di queste parole, al lettore che si chiede dunque perché comprare un libro come il mio, mi sento di rispondere: perché è un piccolo gesto di democrazia editoriale.

20-11-2004

(dal discorso per la presentazione di “Un mistero in via Cardano”)

 


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