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Un suonatore di parole

 

Sono uno di quelli che hanno cominciato a raccontare storie inventate picchiando sui tasti di una macchina per scrivere meccanica. È stato nell’altro secolo, a metà degli anni Settanta. Niente Olivetti. Era un’Antares Lisa portatile, corpo in plastica arancione, con tanto di borsa a tracolla. La conservo ancora nella mia cantina. Una macchina per scrivere dal ticchettio musicale, i tasti spartani, il nastro universale in tessuto bicolore che scorreva da una bobina all’altra e viceversa. Si sentiva l’odore dell’inchiostro. Era un altro modo di scrivere. Non si poteva sbagliare, tanto meno effettuare copia-incolla, né controlli ortografici, né dei trova-sostituisci. Ogni errore significava un intervento della gomma abrasiva che spesso raschiava la cellulosa sino a bucare il foglio.

Scrivevo come ora, utilizzando tutte le dita, il pollice sinistro che batte sulla barra spaziatrice (ero uno dei pochi che a scuola avevano imparato qualcosa dal corso di dattilografia). Il ticchettio aveva la regolarità di un metronomo. Un campanello mezzo afono preannunciava il fine rigo e la mano sinistra spingeva il carrello nella sua folle corsa verso il ritorno a capo. L’effetto era quello di uno strano musicista: un suonatore di parole.

La consegnai così, la mia prima raccolta di racconti all’ingegner Bignami: una piccola pila di fogli extrastrong dattiloscritti. Per questo la revisione delle prime bozze ribattute dal compositore si trasformò in un’operazione di una delicatezza estrema. Fu sempre lui, Lorenzo Bignami, a insegnarmi che le correzioni non andavano numerate ma unite al corpo del testo con un deciso tratto di penna.

Sono uno di quelli che hanno cominciato così.

Ma sono anche uno degli ultimi scolari che hanno intinto il pennino nel calamaio. Erano gli anni della prima e seconda elementare. Forse è stato proprio quell’odore, l’odore dell’inchiostro corvino, patinato d’oro in superficie, che mi è entrato nel sangue. Tracciare le prime lettere facendo scivolare il metallo di un pennino gonfio d’inchiostro (ecco perché le macchie erano a volte spaventose) mi ha legato indissolubilmente alla scrittura.

Sono uno di quelli nati nell’altro secolo, nell’altro millennio, dove la scrittura era ancora lavoro da artigiani, la stampa ancora ossequiosa di Manuzio, la carta sinonimo di cultura ma soprattutto una cosa buona, come il pane. Da non sprecare mai.

Sì, per quanto cerchi di adeguarmi alla digitalizzazione del pensiero, dentro di me ci sarà sempre il vecchio suonatore di parole.