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Vi sembrerà un discorso da idioti ma per un libro essere libro è la cosa più complicata di questo mondo. Sei convinto che per fare il libro basti nascere libro, uscire da una tipografia, passare per una libreria e finire in mano a un lettore che ti accarezza con gusto e poi ti ripone in una scaffalatura insieme ai tuoi consimili. Invece, all’improvviso, ti rendi conto che dietro a quell’essere libro ci può stare tutta un’altra storia d’amore e di odio che può più o meno c’entrare con le idee che tu trasporti, intendo con quelle cose che ci sono scritte dentro di te, nelle tue pagine, e che possono piacere o non piacere al punto di farti amare alla follia o detestare come una creatura spregevole.

È andata proprio così. Voglio dire, è proprio il caso di questa storia che sto per raccontare, per quanto – credetemi – per un libro sia davvero difficile usare parole diverse da quelle che contiene. Ma un libro che si rispetti, proprio perché invenzione dell’uomo, coltiva in sé anche il germe della pazzia ed è questo che permette a noi libri di parlare come se avessimo la bocca, o di guardare come se avessimo gli occhi, o soprattutto di sentire come se tra le nostre pagine battesse un cuore.

Dirò di più, un libro sente anche gli odori. Gli odori, signori miei! E non sono gli odori come li sentono coloro che hanno un naso per sentirli: per un libro gli odori sono una cosa viscerale, un vortice di sensazioni che prende tutto il suo essere. Un libro sente l’odore delle mani che lo afferrano, dei polpastrelli che lo tastano, di tutto quello strofina-sfoglia-piega-liscia-accarezza che lo travolge e gli fa perdere il suo rigore di libro. Allo stesso modo sente l’odore della pelle che sprigiona odio, delle mani sudate che strapazzano con rabbia le sue pagine. Poi l’odore della cenere e, prima ancora di questo, il terribile odore della carta quando incomincia a bruciare.

Ma l’odore delle mani amiche è l’odore che più ci emoziona. Già, per noi libri le mani dei lettori sono amore e ossessione. Sono ciò che fa di ciascuno di noi un individuo, che ti fa uscire dalla schiera delle centinaia di libri identici a te e ti fa dire: io sono il libro che appartiene a quelle mani. E di una coppia di mani, di quella particolare coppia di mani, prima che accada l’irreparabile, un libro si può anche innamorare, può perdere la testa che non ha. – Scommetto che è quello che è capitato a te, – direte voi. Non c’è bisogno di scommettere, avete vinto.

(da Opernplatz, Premio Le Storie del Novecento 2013, disponibile solo in e-book)

 


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